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L’ESPERIMENTO DI HARLOW: ATTACCAMENTO E AMORE MATERNO

L’esperimento di Harlow è uno dei più famosi della storia della psicologia e dimostra come il contatto fisico sia vitale per lo sviluppo del piccolo tanto quanto la somministrazione di cibo. Vediamo di cosa si tratta

“La natura dell’amore”: potrà sembrarvi il titolo di qualche romanzo rosa, rappresenta invece il nome della pubblicazione di uno degli esperimenti più importanti per la storia della psicologia riguardo quello che oggi sappiamo sull’attaccamento e l’amore materno.

Ricevere coccole, sentire il contatto fisico rassicurante e protettivo di una figura di riferimento rappresentano bisogni basilari e imprescindibili per lo sviluppo psicofisico dei piccoli, bisogni talmente vitali da poter essere messi sullo stesso piano di quelli di nutrimento fisico.

L’esperimento di Harlow: è solo questione di nutrimento?

L’esperimento di Harlow venne condotto negli anni ’50, un’epoca in cui la psicologia era ancora agli albori su molte delle questioni che oggi si danno per assodate, una di queste è l’attaccamento madre-bambino.

Un’ottica un po’ organicista, che oggi ci sembrerebbe un po’ ingenua, portava all’epoca gli studiosi a ritenere che, per la crescita e lo sviluppo dei piccoli, compresi gli esseri umani, quello che era importante fosse più che altro il soddisfacimento dei bisogni fisici fondamentali quali ad esempio la fame e la sete.

Be’, le cose non stanno proprio così e l’esperimento di Harlow rappresenta uno dei primi studi che in quegli anni iniziarono a dimostrarlo.

L’esperimento di Harlow sui cuccioli di macaco

Studiare i neonati della specie umana si rivelava molto complesso dato il limitato grado di mobilità e stabilità posturale che posseggono.

Per questo motivo Harlow decise di studiare i cuccioli di macaco, una scimmia che mostra manifestazioni di attaccamento simili alle nostre ma i cui piccoli posseggono una completa motilità fin dalle prime settimane di vita.

Ebbene, nel suo esperimento, Harlow studiò il comportamento di alcune di queste piccole scimmiette che erano orfane della loro madre naturale.

In sostituzione della madre reale venne data loro la possibilità di ricevere cibo e coccole da due madri surrogate: una mamma morbida e calda sulla quale era possibile arrampicarsi e avvinghiarsi, una mamma metallica rappresentata da un impianto di fil di ferro a cui era associata la tettarella di un biberon.

In questo modo l’esperimento di Harlow intendeva disaccoppiare due elementi che normalmente sono uniti in natura durante l’allattamento della prole: ricevere cibo e ricevere conforto affettivoattraverso il contatto corporeo.

Che cosa accadde? Qualcosa che lasciò i nostri sperimentatori a bocca aperta: i cucciolo di macaco, per nulla intenzionati a rinunciare ad una delle due alternative, tendevano a trascorrere la maggior parte del tempo abbracciati alla mamma morbida e a rivolgersi alla mamma metallica solo per il tempo necessario a succhiare il latte.

Rispetto ad altri cuccioli del laboratorio che avevano accesso solo al nutrimento ma non al contatto corporeo, queste scimmiette dimostrarono di crescere meglio fisicamente e di sviluppare un comportamento esplorativo più sicuro e intraprendente.

Il contatto fisico dunque rappresentava un bisogno fondamentale per lo sviluppo.

La deprivazione di contatto è cosa di altri tempi o è una realtà ancora oggi?

L’esperimento di Harlow: cibo e amore

Diversi altri studi sull’attaccamento ampliarono e confermarono quanto scoperto da Harlow; Renè Spitz ad esempio osservò le stesse conseguenze studiando la deprivazione di contatto nei bambini degli orfanotrofi: l’abbandono e l’assenza di contatto fisico poteva mettere a repentaglio lo sviluppo e la crescita di questi piccoli nonostante venissero nutriti adeguatamente (Spitz, R., Il primo anno di vita del bambino, Giunti-Barbera, Firenze, 1972).

Fu Myron Hofer infine a definire diversi anni dopo i “regolatori nascosti” ovvero tutti quei comportamenti di attaccamento con i quali il bambino riceve carezze, coccole e affetto che gli garantiscono la sufficiente stimolazione fisica e sensoriale a far sì che possano innescarsi e mantenersi nel tempo i processi fisiologici fondamentali come il ritmo sonno veglia e dell’accrescimento staturale (Hofer, M.A. ,1995. Hidden regulators: Implications for a new understanding of attachment, separation and loss. In S. Goldberg, R. Muir, J. Kerr, Attachment theory: Social developmental, and clinical perspectives, pp. 203-230, The Analytic Press, Hillsdale NJ).

Le coccole dunque rappresenterebbero una sorta di “metronomo” che regola e mantiene il corretto ritmo delle nostre funzioni vitali agli esordi della nostra vita quando il nostro organismo non possiede ancora la capacità di regolare autonomamente i propri ritmi biologici.

Cibo e affetto dunque viaggiano insieme fin dalla nascita ed è forse per questo che molti dei nostri comfort food derivano dalla nostra infanzia, ma, questa, è un’altra storia.

LORENZ E L’ ANATROCCOLO CHE LO PORTÒ AL NOBEL

Fin da bambino il rapporto di Konrad con gli animali è sempre stato molto intenso: da quando il padre di ritorno da una gita nei boschi di Vienna gli portò una salamandra con la promessa (mai mantenuta) di liberarla entro cinque giorni, la vita di Lorenz era già segnata.

Konrad Zacharias Lorenz nasce ad Altenberg, vicino a Vienna, nel 1903. Da bambino la lettura del libro “Il viaggio del meraviglioso Nils Holgersson” della scrittrice svedese Selma Lagerlöf (premio Nobel per la letteratura nel 1909), suscita in lui la passione per gli animali e in particolare per le oche selvatiche.

Il racconto narra le vicissitudini di Nils, un ragazzino che in groppa all’oca Mårten fa un viaggio avventuroso insieme allo stormo di oche selvatiche dirette in Lapponia.

La lettura di questo racconto fece nascere in Lorenz il desiderio di avere un’oca. Tuttavia per volere dei genitori si dovette accontentare di un anatroccolo. Cominciò a osservarne i comportamenti che in età adulta lo porteranno a elaborare la teoria dell’imprinting: un processo di fissazione cioè di impronta, che gli animali subiscono al momento della nascita creando un attaccamento al primo «oggetto» che si muove davanti a loro e con cui hanno contatto che identificheranno come madre per tutta la vita.

 

Altri due libri segnarono la vita del piccolo Lorenz. Il primo, un testo sull’evoluzione dell’archeologo Wilhelm Bölsche: il piccolo Konrad rimase colpito dall’immagine dell’Archaeopteryx, il fossile di uccello più antico mai rinvenuto, definito l’anello di congiunzione tra rettili e gli uccelli. L’altro era «L’Origine delle specie» di Charles Darwin, che Lorenz lesse grazie alla guida di un insegnante, un monaco benedettino. Pur essendo appassionato di paleontologia e zoologia, Lorenz si iscrisse alla facoltà di medicina per assecondare il desideri paterno. Dopo la laurea nel 1928 i suoi interessi per gli animali lo portarono a lavorare nei laboratori dell’Istituto di zoologia a Vienna. Le osservazioni del comportamento animale invece avvenivano nella residenza estiva di Altenberg, dove poteva tenere le oche selvatiche nel loro ambiente naturale.

Nel 1939 ottenne la cattedra di psicologia a Koningsberg, dove Kant aveva avuto la quella di filosofia. Con lo scoppiare della seconda guerra mondiale Lorenz fu reclutato come medico a Posen (Polonia) nel Dipartimento di neurologia e psichiatria. In quel periodo lavorò nei reparti psichiatrici, venendo a contatto con alcuni pazienti affetti da malattie mentali ( schizofrenia). In quel contesto cominciò a riflettere sui meccanismi innati che determinano il comportamento umano scrivendo numerosi articoli.

Nel 1949 fondò ad Altenberg l’istituto per le ricerche sul comportamento animale, il Konrad Lorenz Institute (tuttora esistente a scopo didattico). Fu qui che formulò la sua teoria dell’imprinting.

Dello stesso anno è la pubblicazione del libro “L’anello di Re Salomone”, nel quale Lorenz racconta l’esperienza d’imprinting con l’ochetta Martina, la prima oca selvatica covata in incubatrice. Martina al momento della schiusa dall’uovo vede Lorenz. Da quell’istante ogni tentativo di affidare la piccola a un’oca domestica fu vano. L’ochetta incominciò a seguirlo ovunque al punto che fu costretto a costruire un cestino per portarla sempre in spalla. Martina continuerà questo attaccamento, seguendo Lorenz dappertutto, fino all’arrivo dell’estate in cui divenne un uccello adulto pronto a prendere il volo.

Gli studi sulle oche portarono Lorenz al Premio Nobel per la medicina e la fisiologia nel 1973 (condiviso con Karl von Frish e Nikolaas Tinbergen) per le scoperte riguardo all’organizzazione e cause dei comportamenti individuali e sociali degli animali, in particolare il fenomeno dell’imprinting. Negli anni successivi Lorenz si ritira a Altenberg, dove scriverà altri libri di divulgazione scientifica. Morirà nel 1989 all’età di 86 anni, accompagnato fino alla fine dalle sue amiche più fedeli, le oche selvatiche, inseparabili nella passeggiata quotidiana e durante il bagno nel Danubio.